lunedì 5 marzo 2012



Stasera riascoltandola mi è venuta in mente quella sera di Maggio in cui mi hai rivelato il suo titolo. La conoscevo ma naturalmente lo ignoravo. Ricordo che quando ad un certo punto lui dice "Find a girl, settle down", pensavo che avrei voluto che quella ragazza fossi tu. Che fossi tu, per la vita. Mi parlavi della tua chitarra acustica e io ti dicevo che avrei voluto tanto imparare a suonarla ma che da autodidatta non ci sono mai riuscita. Ho pensato che mi sarebbe piaciuto se me lo avessi insegnato tu. Mi sarebbe piaciuto se mi avessi insegnato molte cose, in realtà, nonostante tu me ne abbia insegnate tante senza nemmeno rendertene conto, tante cose che ho paura di aver perso o, quel che è peggio, che forse ho perso per davvero. Perciò, adesso farò un elenco di quello che mi hai lasciato, o meglio, di quello che mi ricordo tra le cose che mi hai lasciato, in modo che almeno queste io possa salvarle:

1) "pleonastico", in uno dei nostri primi messaggi, mentre ti parlavo dell'esperimento di Pavlov e ingaggiavamo la nostra prima discussione "Medicina vs. Psicologia", Luglio 2009;
2) "impertusare", nella tua macchina mentre giravamo per il centro di Bari, Marzo del 2010. Credo stessi facendo una curva mentre lo dicevi;
3) "dileggiare", in una delle nostre innumerevoli chiacchierate ma non ricordo precisamente quando;
4) la sagacia e le istruzioni per l'uso dello humor acido;
5) la malinconia;
6) il sapore dolce delle notti passate a parlare e delle attese.

Ora non mi viene altro in mente, anche se lo so che c'è stato molto, ma molto di più. Penso di stare perdendo tutto progressivamente, come in quelle malattie degenerative del cervello, e non posso farci niente, posso solo aspettare che accada l'inevitabile, attendere immobile l'azzeramento totale.

Ho bisogno di qualcuno che ricominci a nutrirmi, ne ho bisogno davvero.

venerdì 2 marzo 2012

Polvere

Stasera, a fine serata, mi sono fermata a parlare in macchina con S. . Avevo percepito che qualcosa in lui non andava, al di là delle apparenze, delle sue parole e della sua caratteristica giovialità di facciata quando è in compagnia, perché ormai, dopo più di 8 anni, credo di conoscerlo almeno un po'. Il quadro che mi si è prospettato davanti una volta rimasti soli è stato per me a dir poco agghiacciante. Non l'avevo mai visto così demotivato, rassegnato e distruttivamente realista come oggi. Siamo sempre state due persone molto diverse sotto alcuni aspetti. Lui è sempre stato caratterizzato da un realismo che per me rasentava la rassegnazione alla vita, che la spogliava di qualsiasi sapore, colore, sfumatura. Io, invece, sono sempre stata un'idealista che forse, devo ammettere, rasentava (e rasenta ancora adesso) l'ingenuità. Ho sempre vissuto nel mio mondo utopico fatto di idee, progetti e buoni propositi che non avrei mai e poi mai potuto concepire diversi da come io li avessi immaginati.

Ecco, oggi mi sono sentita una completa stupida di fronte a lui e ai suoi discorsi spietati sulla vita, sul futuro, alla sua ondata di realismo pessimista, che mi ha travolta come uno schiaffo in pieno viso. Mi sono sentita soltanto una bambina ingenua che sogna nel suo mondo delle favole dal quale poi si sveglierà troppo tardi per essere preparata al mondo vero, che pensa continuamente che andrà tutto per il meglio ma a cui poi la vita farà le scarpe. Mi sono chiesta davvero cosa ne sarà di me, se davvero riuscirò a realizzare il mio sogno oppure se questi non saranno solo anni buttati al vento per un traguardo che non troverò mai perché nemmeno esiste, se i miei sacrifici di ora, ma soprattutto quelli che i miei genitori stanno facendo per me, per garantirmi un futuro migliore, varranno sul serio a qualcosa domani; mi sono chiesta come sarò a trent'anni e mi sono risposta che molto probabilmente sarò una "bambocciona" (come ha detto lui) che peserà ancora sulle spalle dei propri genitori perché il suo traballante percorso di studi non si sarà ancora concluso, senza la sicurezza che poi quegli anni di giovinezza sacrificati alla mia vocazione si concludano poi degnamente con un lavoro stabile e gratificante. Mi sono detta, forse per la prima volta, che molto probabilmente non potrò diventare madre prima dei 35 anni, o forse anche più; mi sono chiesta se riuscirò mai a trovare un uomo che abbia il coraggio e la pazienza di aspettarmi durante questo lungo cammino, di rimanermi comunque accanto, di comprendere il mio amore per ciò che studio e non mettermi di fronte ad un bivio, e mi sono vista sola, completamente votata al mio lavoro, con l'abnegazione e l'entusiasmo che so mettere in tutte le cose che mi piacciono ma priva del calore dell'amore di un altro essere umano, con il deserto intorno, come per una specie di maledizione. Oramai, sono sempre più convinta che la mia sia davvero una maledizione. La maledizione dell'istinto al sacrificio per le mie passioni, che però mi sono costate e mi costeranno sempre carissime. La maledizione della rinuncia ad una grossa fetta di me che possa darmi vita perché io possa dire che sia valsa la pena averla vissuta. Io credo che, in fondo, la mia vita non riuscirò mai a viverla davvero, che la mia tendenza a boicottarmi e a privarmi di tutto ciò che possa rendermi felice sia uno dei nuclei costitutivi del mio essere, che per questo motivo non potrò mai estirpare del tutto da me stessa.

In realtà, io so di non avere scelta. Di non avere scelta  nel decidere di sacrificare tutto per questa passione bruciante che sento per la psicologia, di annullarmi per realizzare unicamente quella parte di me rinunciando a molte altre cose che rendono umano un uomo. Non ho scelta, la mia strada è quella e devo percorrerla con la consapevolezza che, dietro di me, potrei anche lasciare solo nuvole vuote di polvere, e niente più.

lunedì 27 febbraio 2012

Sarà stato un caso che proprio in questi giorni, in cui sto pensando sempre più intensamente a questa storia del Perù, a come potrei fare a guadagnarmi i soldi del biglietto se prendessi la decisione di partire, mia madre mi abbia comunicato che ho vinto una borsa di studio?

sabato 25 febbraio 2012

Bentornata!

Io: "Ma', ma sono ingrassata?"
Mamma: "Nooooooo, stai bene!"
Io: "Sono ingrassata??!?"
Mamma: "No ma stai bene!"
Io: "Ok, sono ingrassata."
Mamma: "Vabbè stai più tondetta rispetto a Novembre che ti sei laureata ma stai bene! A Novembre ti sei proprio sciupata! Ti sei arrotondata un po' tra Novembre e Dicembre."
Io: "Si vabbè ma rispetto a Natale??!?"
Mamma: "No no sei sempre uguale."
Io: "Ma a Natale mi avevi detto che non ero ingrassata! Quindi se ora mi dici che sono più tondetta e a Natale ero uguale a prima vuol dire che non sono ingrassata tra Novembre e Dicembre ma tra Dicembre e ora!!"
Mamma: (qualche secondo di pausa) "...no ma stai bene!"

Bene, credo proprio che il biglietto per scendere a Pasqua me lo risparmierò.

venerdì 24 febbraio 2012

La risata di una nuova amica, un caffè con delle sconosciute, sei mesi in Perù, tutta la serata passata a ridere col gestore del locale facendo a gara a chi dice barzellette più stupide, incontrare fiotti di gente nuova e riuscire a parlarci come se li conoscessi da una vita, sentirsi liberi di essere liberi, Padova il pomeriggio alle cinque sotto i portici, l'ospedale, le stradine strette, le abbazie antiche, il cielo pastello, l'edicolante che ti sorride, condividere i sogni con C., vedere V. più sereno e sentire in qualche attimo quell'intesa che mai avevi provato prima con lui, il Pedrocchi, il ritorno che è sempre lo stesso ma mai uguale, l'uomo della copisteria che ti tocca il naso come fossi una bambina, ti prende le mani alla sprovvista, le accarezza e ti chiede perché ce le hai così rosse.

Ecco, queste sono le giornate che mi riempiono, le giornate che mi ricordano il motivo per cui sono qui, come una prova del nove, per confermarmi che si, ho fatto la scelta giusta, che è proprio questa la mia strada, che è così bello costruire con le proprie mani qualcosa che sia tuo e tuo soltanto che tu possa plasmare a tua immagine e somiglianza.

Beh, se queste giornate potessero avere un colore, sarebbe sicuramente un accecante color dell'oro.


mercoledì 22 febbraio 2012

Dimmi perché, ogni volta che la mia mente può permettersi il lusso di spaziare, va a te. Anche quando avevo pensato che fossi morta e sepolta, anche quando avevo imparato a convivere con l'idea che fossi uscita dalla mia vita senza una via di ritorno, che non ti avrei più aspettata la sera, che non avrei più trepidato leggendo il tuo nome sul display del cellulare, perché non ci sarebbero stati più tuoi messaggi da leggere o chiamate da ricevere, che non ti avrei più svegliata al mattino, che avrei finalmente potuto ricominciare, dimmi perché io penso ancora a te, a quell'idea di te, scevra da qualsiasi tipo di contaminazione. Dimmi perché mi ostino a salvarti, in fondo in fondo, a conservarti in una scatola di vetro trasparente proteggendoti dai tarli della mia rabbia, dalla polvere, dal vento di tempesta e a pensarti nella maniera più stupidamente e ingenuamente genuina che ci sia, come tu non sei. Dimmi perché non riesco a distruggerti del tutto.

Forse perché mi fa comodo così e io sono solo una vigliacca.
Forse perché in fondo non andrai mai via. Non lo so.

Forse, come mi sono già detta, dovrà solo arrivare qualcuno di più straordinario di te.